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Venerdì 11 gennaio numerosi allenatori, accompagnatori e dirigenti del Centro Schuster si sono riunititi nella sala del camino per ascoltare ed intervenire al dibattito: “La vittoria e la sconfitta” a cui hanno partecipato Carlo Recalcati, allenatore della Nazionale Italiana di Pallacanestro, Don Alessio Albertini, membro della consulta Diocesana per lo

Sport di Milano e Bruno Pizzul, giornalista sportivo e moderatore della serata.
Tante le tematiche affrontate, che hanno posto comunque l’accento sul valore educativo di entrambe le esperienze e di grande interesse gli aneddoti personali riportati da Recalcati vissuti nella sua lunga esperienza di allenatore.

Recalcati, parlando di sconfitta e vittoria, ha sottolineato due punti in particolare sui quali conviene soffermare l’attenzione: innanzitutto il concetto di limite, che nasce dalla sconfitta, e che presuppone la capacità di riconoscerlo, di accettarlo e quindi di superarlo, magari attraverso l’apporto della squadra; e l’eterna insoddisfazione, innata nella natura umana, che è legata alla vittoria e che non consente di gioire del risultato ottenuto. Questo rischia di far perdere di vista il senso della misura nelle prestazioni sportive: è importante far compiere ai ragazzi, ma anche ai professionisti, una riflessione che ridimensioni quello che si sta facendo. Lo sport è estremamente importante, ma fuori dallo spogliatoio c’è il mondo, con le sue problematiche reali.

Don Alessio Albertini ha espresso tre concetti per lui fondamentali.
Il primo riguarda la vittoria: occorre trasmettere ai ragazzi il messaggio che l’importante non è partecipare, ma vincere, sempre però con mezzi leciti. Inoltre, la vittoria deve essere il segno di una crescita personale ma anche che la vittoria non vale niente se chii l’ha conseguita non ha dentro di sé dei valori.
Il secondo è un consiglio per diventare bravi tecnici: occorre sempre distinguere il risultato dalla prestazione: si può perdere, ma essere fieri di una prestazione positiva; la sconfitta va affrontata con dignità, e si può farlo solamente se si è sicuri di aver fatto tutto il possibile (allenamenti, concentrazione, impegno…) per non subirla.

Infine suggerisce un modo per affrontare in maniera positiva la competizione: occorre considerare l’avversario come un compagno di gioco, colui che consente di mettersi alla prova, senza il quale non ci sarebbe confronto e quindi né vittoria né sconfitta, ma nemmeno gioco.

Pizzul infine ha accennato al problema del doping ricordando che la bellezza dello sport sta nella lealtà del confronto agonistico e nella certezza che le graduatorie finali sono veritiere e il risultato incontestabile. Il doping è la negazione di tutto questo poiché vengono meno il leale confronto e la veridicità del risultato nel confronto agonistico.

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